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Questo blog è di Danila Oppio, colei che l'ha creato, e se ne è sempre presa cura, in qualità di webmaster.

venerdì 30 novembre 2012

CHE TU, CHE LEI



Che tu, donna, confondessi sofferenza
Con amore mai l’avrei creduto.
L’amore è gioia condivisione confidenza
Tutto quanto non assomiglia
E solo surrogato, anche scadente

Che tu, uomo, confondessi la dedizione
La collaborazione di  lei
Con l’idea di poterne far buon uso,
O cattivo utilizzo, secondo l’umore
E che lei fosse pronta a comprendere
A perdonare, e ancora a sopportare, ascolta:
Hai preso lucciole per lanterne

Lei non è una marionetta, che si muove
Ai tuoi comandi, lei ha un cuore
Che spesso ferisci, offrendole un coltello
Di ghiaccio, come fosse un solitario:

Non è un diamante, è solitudine

Danila Oppio
Inedita

HO SBAGLIATO




Ho sbagliato. Ho sbagliato.
Il mio cuore d'alce esposto al tuo mirino,
ferita e fraintendimento accavallano la verità.
E tu esigua, affrancata al tuo debole filo
punti il dito tra gli occhi, a voler rivendicare 
il torto, la tegola che ha portato via l'aria.
Non t'è bastato conoscermi per annusarmi intera,
pezzo di coccio frantumato d'orgasmi e soglie infinite
m'hai persa per non vedere negli occhi miei l'altra te,
la piccola creatura che l'occhio dondolava,
tua altalena d'amore. Dove fuggisti?

Alessia D'Errigo

PASSEGGIATA A VENEZIA




Tra le calli di Venezia invase dall’alta marea
Nella folla che non vedo
Trasparente indifferente assente
Indosso stivali di nuvole adamantine
Trasmigrando da un marciapiede
Inesistente, tra una pozzanghera
E una gondola di plastica made in China
La mia solitudine cammina
Cammina tra le calli di Venezia
Invase dall’alta marea

Nelle vetrine i vetri di Murano
Dall’artigiano sapientemente soffiati
Denunciano indifesi la loro fragilità
Mi soffermo assorta
Un’altra me stessa mi fissa insistente
Insolente, irriverente
Da un elaborato specchio settecentesco
Tolgo dalla tasca il mio cuore
Lo osservo interessata, mai l’avevo visto
Prima di adesso, Lo tenevo in tasca e basta!

Mi devo fermare, potrei spezzarlo
Scivolando sulle  pozze salmastre
E non ritrovarlo più, ridotto
In mille fantasmagorici frantumi
Come un antico elaborato calice
Perderebbe il suo inestimabile valore
Non mi ero mai accorta prima d’ora
Quanto fragile e delicato fosse
Il mio cuore dimenticato in una tasca
Del vecchio impermeabile sgualcito

Entro nella bottega dell’artigiano e chiedo
“Scusi, potrebbe indicarmi, in modo approssimativo
Il prezzo di questo cuore di vetro antico
Sa è il mio, l’avevo scordato non ricordavo
Di possederlo..a suo vedere
El xè ancora bon? “ Sorride, l’artigiano
E mi risponde, mentre lo ripone
In uno scrigno di velluto
“El me piase, siora, se no’l ghe despiase, lo compro mi”
E di colpo l’alta marea scompare

Il cielo si tinge dei colori rosati
Di uno dei più bei tramonti veneziani

Danila Oppio
Inedita

giovedì 29 novembre 2012

LE NUVOLE NON HANNO LACRIME





Hanno le spiagge dell'infinito
delle eterne mutazioni
hanno le pianure sconosciute
dove cavalieri erranti
percorrono le vie del cielo
e non lasciano traccia

Le nuvole non hanno lacrime
perché la terra è già bagnata dalle proprie
che sono, qualche volta, anche di gioia
quando un bambino nasce, sopravvive
e riesce a vivere
Ma non gridano al miracolo

Grigie, bianche, di fumo, sovrapposte
ed incrociate in un disegno catartico,
movimento di movimenti ispirati
e creati dall'amico vento,
le nuvole non hanno lacrime
perché non hanno il tempo per piangere o per gioire.

Corrono, s'adunano e scompaiono
mentre l'occhio umano s'adombra
e ne segue, altalenanti, le immagini.
Caleidoscopio di pensieri che avvincono,
vaganti nei sentieri del nulla
dove tutto si può guardare, senza vedere.

Le lacrime non appartengono alle nuvole.
Sono della terra,
nella terra che noi calpestiamo
orme inzuppate di dolore, di attesa, di morte,
prive di sentimento,
piene di odio e di indifferenza.

Le nuvole ascoltano pure i lamenti terreni,
li trasportano, li mischiano, li nascondono
li vomitano, poi, a mo' di pioggia o di tempesta
ma nessuno se n'avvede, per paura, per ignominia,
in una vita spesa, a volte, nel male, in questo mondo
dove pare germoglino tanti, troppi fiori finti.

Le nuvole non hanno lacrime,
non le cercano, non le creano.
di queste nuvole anche noi viviamo
e, dopo, noi sogniamo, respiriamo, dormiamo
ed amiamo ma non ci guardiamo
perché i nostri occhi piangono 

Poesia premiata con menzione particolare al XXVI° Premio Internazionale di Poesia Nosside, di Reggio Calabria, nell'edizione del 2010.
La stessa poesia forma il titolo della mia più recente silloge pubblicata da “Il foglio letterario”
di Piombino

Gavino Puggioni





TRA AMORE E PSICHE


CANOVA: AMORE E PSICHE


allora ti aspetto nel nostro rifugio, vestita d'argento...
ascoltando il mormorio del vento
tra le fronde ondeggianti al suo soffio
poiché tu sei, d’oro, il mio uomo
Ti aspetto, perché aspettarti fa parte del nostro ieri
 di oggi e del domani....un'attesa dolce, pur presenza
 incombente...presente, anche se assente
Volevo scriverti qualcosa di ancor più intimo
ma..mi volteggia intorno un'aura poetica...forse quella musica
 che ho ascoltato vicino a te, invisibile presenza, la mia
 accanto ad un uomo che non sarà mai mio davvero
 eppur sento appartenermi nel più profondo
E allora aspetto...
quando verrai sarai mio
mio nel corpo e nell'anima
mio nel cuore e nella vita
Ed io sarò tua...ti offrirò la mia rosa damascena...
la sfoglierai petalo per petalo, fino a raggiungere
i pistilli, e allora...che fai? La getterai via?
Te ne offrirò un'altra...sarà una rosa di carne
 me stessa, e sarò tua..ne farai quel che vorrai
poiché io non mi appartengo più...sono fusa in te
 ne faccio parte come due petali dello stesso fiore
 la mia unica ala, che mi impedisce di volare
 senza te, si appaierà alla tua, e insieme  ci innalzeremo
  verso il nostro nido segreto. 
Ci perderemo in caverne di argilla, franerà su di noi e ci coprirà
 e saremo Amore e Psiche, per l'eternità
Si, ma ora? Adesso siamo qui, a guardarci negli occhi
 a coprirci di baci ad accarezzarci...innamorati di un'essenza incorporea
 eppure solida presenza…cosa potrei donarti,
se non tutto ciò che desideri, e anche quello che non osi sperare?
sono qui, ti dono tutto, mi spoglio di ogni cosa, non solo dell’abito
 d'argento...mi immolo all'altare dell'amore...e resto nuda...
perché tu possa rivestirmi del tuo desiderio, che faccio mio
perché tu possa perderti nei sentieri del mio corpo
 e del mio spirito...in quella poesia che ci appartiene
 la nostra immensa ricchezza che nessuno potrà mai depredare...
E sii la mia preda, ed io sarò la tua...nella caccia spietata dell'umana 
indifferenza, noi andiamo per foreste incantate,
a raccattare foglie secche per l'erbario, e frutti di bosco
 per la nostra sete, e stille di rugiada dove riflettere il volto dell'Amore.
 Per la vita.
Danila Oppio



mercoledì 28 novembre 2012

ANCORA...E OLTRE





Ancora volti sconvolti nella cupa notte
e deboli sorrisi dove l'aria si fa tersa
nella speranza di un nuovo mattino.

Io e te - noi-
oltre i consueti marosi,
oltre speranze distorte da troppi soprusi,
non più soli, ma uniti
come inscindibili creature
che ancora ricercano la vita.

Noi, perdutamente persi nei nostri sogni,
in quello spazio eterno che ci fa ancora sognare.

Annamaria Gatti
Poesie in smalto
(Monza 28 novembre 2012)

UNA SERA DI DICEMBRE


Racconto di Natale -
di Bino Sanminiatelli -

Una sera di fine dicembre. La nebbia sale dalla valle e si confonde col fumo lento delle case. 
E' una lentezza pacata che si distende sulle fatiche ultimate degli uomini; è una carezza un premio. 
Cominciano le veglie nelle case, che sono tutte una lunga veglia di Natale. 
La natura è spenta e la terra svapora in un elemento confuso e primitivo.
I suoni sono spogliati e si perdono in un'aria vuota dove sembrano morire. 
S'odono voci di bimbi, versi di tacchini (i lieti animali del Ceppo), campane che si sciolgono una dopo l'altra, come lo snodarsi d'una catena sonora. 
Ma tutti i suoni sono esteriori: ché nulla viene dalla terra, ormai ridotta a un'ombra vagante. La crosta della terra è sterile, l'erba invetrita, l'acqua ghiacciata. 
E il cielo è lontano e distaccato. 
Nulla più geme, dubita, lotta, sospira. E' la stagione delle fredde certezze.
C'è una netta divisione: la casa e fuori. La casa è la vita; tutta la vita presente, tutti i germi della vita futura si sono raccolti in casa. 
Le pine e la legna nel caminetto prendono importanza, sembrano le uniche pine e le uniche legna rimaste al mondo, e servono a mantenere nella casa la vita. 
Chi le avrebbe notate le pine perdute tra i cespugli del bosco prima che le raccattassero i ragazzi e le mettessero in un corbello per portarle a casa col vischio e il pungitopo? E quegli enormi tronchi di legno dove il fuoco scava archi e volte e gallerie a spirale, non erano che ramoscelli secchi
d'una pianta perduta fra molte altre. E quelle provviste di mele e di castagne, di conserve e di farine (considerate un giorno miseri raccolti) ora riempiono la casa d'opulenza e di conforto.
Fuori, tutto è diventato a un tratto lontano, freddo. 
Da questo contrasto fra l'umana intimità della casa e la solenne purezza d'una notte in cui tutto ciò che è piccola e confusa voce terrestre è rimasto fulminato e ammutolito dall'ordine assoluto, è nata e venuta a noi la poesia del Presepio. Dentro, l'alito caldo d'un bue, fuori, freddezza di stelle e mistici canti celesti.




Con acuta sensibilità lo scrittore ha saputo cogliere la particolare atmosfera che avvolge uomini e cose in una notte fredda sera di dicembre.

Realistico il contrasto tra i due mondi: quello esterno e quello intimo della casa.
Tanto inerte, staccato e freddo appare il primo, quanto dolce, caldo ed accogliente il secondo.
L'umanità si è riunita intorno alla fiamma del focolare, per godere le gioie semplici e pure degli affetti domestici, mentre le umili cose rimaste quasi inosservate durante il periodo estivo, assumono ora importanza e divengono utili.
Bino Sanminiatelli (Firenze, 1896 - Greve in Chianti, 1984) è stato un produttore di vini "prestato", come diceva lui, "alla letteratura". Le sue opere sono impregnate di un forte lirismo autobiografico e molto legate alla sua terra, la Toscana, dalla quale si è staccato raramente per compiere alcuni viaggi, le cui note sono confluite nei suoi pregevolissimi diari e in alcuni saggi, dove ha dato prova di un raro rigore documentario. Fu anche noto per la sua attività di disegnatore.

Perché ho scelto questo autore? Perché ho incontrato, anche se una sola volta, il conte Bino, a casa di sua figlia, dove mia zia Maria svolgeva la mansione di educatrice delle sue nipotine. Se Elena Alessandra ricorda la sua tata, ne sarei felice, poiché zia Maria non è più tra noi da molto tempo.
Ma vorrei aggiungere qualcosa di interessante, per quanto riguarda il suo casato.
Tra le belle tenute e ville nel Chianti, si è sempre particolarmente distinta quella di Vignamaggio, sulla strada comunale da Greve in Chianti su verso Lamole. E' una delle più belle classiche ville rinascimentali costruite in Toscana, in stile semplice ed estremamente raffinato alle stesso tempo, di proporzioni perfette e di grandissimo equilibrio architettonico. C'è un bel parco, di non grandi dimensioni, ma folto ed ombroso, ai quali si aggiungono dei bei prati all'inglese ed un giardino all'italiana.
Vignamaggio fu costruita dalla famiglia Gherardini, alla quale apparteneva la famosa "Monna Lisa" del quadro di Leonardo da Vinci oggi al Louvre di Parigi. Questa signora vi abitò anche per qualche tempo! Dopo i Gherardini la villa fu proprietà di diverse illustri famiglie toscane, fino a che divenne proprietà, e tale rimase fino a qualche tempo fa, della famiglia dei Conti Sanminiatelli, che ne fecero la loro residenza: fu acquistata dalla consorte del celebre scrittore Bino Sanminiatelli, la Principessa Elena di Castelbarco Albani (gli Albani ebbero un Papa nel XVIII secolo, Clemente XI). Bino ed Elena Sanminiatelli fecero della villa di Vignamaggio per molti anni una delle residenze più note, ospitali ed eleganti, ad altissimo livello culturale, sociale e mondano. Vi hanno ricevuto Sovrani e Principi Reali di diverse nazionalità, personaggi illustri nella letteratura e in tutte le arti, nella cultura nazionale ed internazionale; uomini politici di ogni Paese e colore. Questa celebrità e la grande bellezza di Vignamaggio indussero Kenneth Branagh a scegliere questa villa per girarvi tutto il suo celebre film tratto da Shakespeare "Much Ado About Nothing" (Molto Rumore Per Nulla) che ebbe un grande successo internazionale. Negli anni '80 la famiglia si trasferisce a Il Luco. 
A cura di Danila Oppio



E' SCABRO IL MIO PETTO




è scabro il mio petto, come gli angeli aguzzi che spronano al perdono
mai avrà corpo la roccia che s'espande tra le gambe
mai avrà corpo la croce natami in viso
per il perdono tuo, ch'è mio, per i tuoi occhi
per tutto quello ch'è caduto, lecito e illecito ai miei piedi
ci costruirò trecce di cordoglio per ovviare al martirio
per ovviare la stirpe d'abbandono dei nostri corpi
la nostra indissolubile stoltezza di carne
lasciata a macerare, nel nostro cielo di terra.

Alessia D'Errigo

QUELLA VOGLIA DI BAMBINO





parco Gennargentu . escursioni in sentieri pietrosi

di correre tra alberi
e boschi incantati
in mezzo ad acque limpide
e mari sterminati

quella voglia di non essere
di essere tra la gente
e sconosciuto tra la gente
mi fa sognare

mi dà febbre d'amore
che mi sale
mi sale fino ad aggredirmi
fino a portarmi in alto

fra le nuvole del nulla
dove il silenzio è silenzio
in quei prati di libertà
mai goduta

sognata e risognata
nei sentieri pietrosi
del tramonto
di una vita inutile



Gavino Puggioni 
Da Nel silenzio dei rumori

 Inserita nell'antologia-diario dedicata, nel 2009, ad Amelia Rosselli " L'agenda del Poeta" - Edizione Pagine s.r.l. - Roma



martedì 27 novembre 2012

ALLORA HO DETTO NO





allora ho detto no, come se si consolidasse nell'aria il mio sterno, pronunciandolo, un'eco plastica a modellare il cranio
rimanendo tutta sparsa e sdraiata sulla soglia del desiderio, una finestra avvinta al mondo, nonché aperta
perché potesse boccheggiare il pescecuore a questo oceano. no. no. no.
era stata tre volte la trinità a parlare, il dolore prostrato e dissolto, evaporato improvviso di una inconsistente verità
perché è resoconto sventrato quello che si pronuncia a bocca deragliata, contro l'esubero di vita che cozza
insistentemente sui conti da fare e quelli da rifare e da prevedere. ci voleva struttura per sostenere il peso
il sasso da tirare in quell'immane pozza d'uomini, ed io, traslucida, ricalcavo la luna con gli occhi
per non alienare il confine dei mondi. no. perché non ero, ma sono. ed essere è non esistere.



Alessia D'Errigo

INCERTEZZA



(Poesia in note)


Dove fluisce lo spazio
Fabbrichiamo incontri d'aria e
Mischiamo i colori degli sguardi
-Fasci delle nostre immagini-
Doppiezza d'intenti
Miete nel cuore
La Falce dell'incertezza
Regalando all'amore
Miele amaro di tempo
Domani le nostre anime
Docciate in una caverna di rose
Solleciteranno la semplicità di una melodia
Ministra sicura della nostra passione
Fatta è la promessa


Giovanni De Simone
(Inedita) 

ASPETTANDO





Parole stampate su strisce di carta bianca,
serpenti di folla,
adunate di giovani e adulti
da tutte le latitudini
per pregare e socializzare
in questa parte di mondo
ove la guerra non é ma si sente.

Abbraccio di sentimenti,
calvario di pianto,
di dolori rinnovati
quasi obbligati e puntuali,
per queste nostre generazioni
passate e presenti e, ahimè, future!

Aspettando
l'alba di un giorno di pace
per seppellire i corpi innocenti
e i ricordi di gente che non é più.

Aspettando
l'alba di un giorno lontano,
tramonto di mille civiltà
l'una contro l'altra armata,
nel nome e per conto di un solo Dio
che non hanno voluto o saputo amare.

Aspettando
da quando siamo in vita
la civiltà del cuore e del pensiero.

Aspettando
invano che il potente sia meno potente,
che il debole sia meno debole.

Aspettando
che i bambini siano il futuro del nostro mondo
li ammazziamo
e non solo con le bombe,
ma con tutte le altre armi
che la moderna civiltà ci ha regalato.

Aspettando
quei bambini
che sono morti di fame e di sete,
di malattie e sopraffazioni indicibili.

Aspettando
quei che non ritorneranno
alle case distrutte, ai loro genitori ammazzati,
inutilmente.

Quei bambini,
che non sanno di essere bambini,
sanno solo di essere oggetti,
di far parte di un mondo che corre

dove,
non si sa,
ma di certo in un baratro infinito,
di miseria e di abbandono.

Aspettando
che l'odio diventi amore,
che l'ingiustizia diventi giustizia,
che non esistano più
i terzi e i quarti mondi,
che il nord dei ricchi si mescoli al sud dei poveri,
diseredati e senza terra da calpestare,

aspettando,
noi siamo diventati vecchi,
quasi colpevoli, perchè non abbiamo urlato
le disgrazie del nostro tempo.

Noi
abbiamo soltanto aspettato!




Il cinque di settembre del 2004. Dalla Piana di Montorso – Loreto -
        2° classiificata al Premio Letterario Nazionale CI FA - ong for children "Aiutare i bambini CI FA bene" Torino 2007 - Antologia del Premio




lunedì 26 novembre 2012

NON RIUSCIRO'...




Non riuscirò mai a volgere la corrente delle teste sulla mia

espropriarla del buio e sbocconcellarne i resti
lucidarne la coppa per farne macedonia o vin santo
perché non v'è una sola donna a premermi il cuore 
non v'è un solo pensiero a raschiarmi sul fondo
né un solo tempo a corrugarmi la fronte
ma fasci di fiori che ho cresciuto nel grembo
che ho spiumato per amore, sradicato per morte
e trebbiato per te.

Alessia D'Errigo

domenica 25 novembre 2012

IL GATTO E IL SASSO




Non come un gatto ho inarcato
la schiena, in segno di palese benessere
Al contrario, la colonna dorsale
s’è schiantata verso il basso
dal peso delle disillusioni

Ho gettato un sasso nella palude
di una vita trascinata a forza
La caduta ha formato cerchi
circoncentrici, che si sono allargati
tra la melma grigiastra
Il sasso, andando a fondo
mi ha trascinato nel suo baratro

Sul profondo abisso, un diamante 
risplendeva solitario. L’ho afferrato
e nuotando come una sirena 
impigliata tra le maglie della rete
di un pescatore di scarpe vecchie
e di carpe, annaspando 
risalii in superficie

Danila Oppio
Inedita




ED ORA CALERA' IL SILENZIO



ed ora calerà un silenzio tale da far uscire a lutto il tempo

il gatto finge d'avere orecchie d'asino

il bello e il cattivo tempo l'ha preso un aquilone

e per spiegare al sole che il triangolo era un anello da calzare sull'alluce
hai donato l'ultima scarpa ad uno stagno pieno di rane
la tua bocca gracida un bacio
tiro un sasso dall'eco circolare 
annego una mano e si gonfia il gatto
ritiro l'aquilone e cade una nuvola

domani andrò a piedi scalzi.


Alessia D’Errigo

sabato 24 novembre 2012

Karunesh - Horizon





Si tratta di musica da meditazione. Karunesh ( Hindi : करुणेश , "Compassione"), nato Bruno Reuter nel 1956) è un tedesco cresciuto nell'ambiente musicale New Age.. La sua musica ha forti i influenze indiane prevalenti in tutto, con ampio uso di strumenti indiani, come il sitar.

Karunesh è nato a Colonia , in Germania nel 1956. [ Anche se era stato istruito alla musica fin da bambino e suonato in band da adolescente, ha scelto di studiare per la sua carriera lavorativa,  progettazione graficaTuttavia, dopo la laurea, Karunesh è stato coinvolto in un grave incidente di moto. L'aver sfiorato la morte lo ha spinto a scegliere la musica, invece di graphic design. Ha ripensato la sua vita e si imbarcò in una sorta di viaggio spirituale, nel 1979 per l'India , dove ha incontrato Osho nel suo ashram di Pune . Venne avviato alla meditazione  e ha assunto un nuovo nome spirituale, Karunesh, che in sanscrito  significa "Compassione". 
Tornato in Germania, Karunesh visse  nel Rajneesh comune di Amburgo, per cinque anni. Qui ha potuto sviluppare la sua creatività musicale in una spiritualità circostante. E 'venuto a contatto con molti musicisti provenienti da tutto il mondo e ha sviluppato la capacità di intrecciare diversi stili e sentimenti da culture diverse da vivere insieme in simbiosi, creando una musica che è al tempo stesso spirituale e ballabile.
Buon ascolto! 

SOGNI QUASI PERFETTI





Ho sognato cavalli di pietra scolpiti
nelle tristezze del mondo
Bambini  che gridavano la loro innocenza
soffocata e distrutta dalla solita potenza

Ho visto anatre annichilite nel  lago di fango
quando il cacciatore inferocito
sparava loro colpi  di  vergogna
per soddisfare gole di maiali in attesa

Ho saputo che avevano arrestato dieci  puttane
nel  viale della Memoria
Erano fragili  bambine imbarcate nel  bisogno
di questo mondo che ha cancellato la sua storia

Credevo di aver superato mille  ostacoli
in una vita dedicata
tra sogni utopie e desideri
Nessuna  verità tempo sprecato

M'aspettavo una civiltà migliore ora che son  quasi  vecchio
Non  so immaginare in quali crateri  stiamo precipitando
I vulcani sputano fuoco ed io m'abbraccio a loro
tanto d'ora in  poi conterò molto ma molto poco

Gavino Puggioni

Da Antologia "Il suono del silenzio" 
Edizioni Ta.Ti